Intorno a Human (fights, right, lights)

Potremmo dire che attraverso la storia delle civiltà umane corra un fil rouge riconducibile alla complessa problematica che oggi definiamo come universalità dei diritti umani, attestando come questi ultimi, per quanto costantemente disattesi e mortificati, restino intimamente connessi con la natura stessa dell’uomo.
Anche evitando la tentazione giusnaturalista, e affermando invece che i diritti umani sono nella storia e “non sono scritti nelle stelle”, come disse Albert Einstein, nondimeno  l’istanza si è indubbiamente presentata sin da epoche remotissime e sotto disparate spoglie, da quelle religiose a quelle etiche, da quelle filosofiche a quelle legislative.
Probabilmente tuttavia, nella sua forma seminale, la tematica precede tutte queste forme di codifica esprimendo istanze che nascono con l’uomo stesso, accompagnano la sua consapevolezza di essere uomo tra gli uomini.
La questione dell’universalità dei diritti umani è quindi complessa ma al tempo medesimo è anche semplice: direttamente legata alla condizione stessa dell’essere umano come individuo e quindi al riconoscimento che tutti coloro che si possono identificare come esseri umani godano dei diritti cruciali, incoercibili, inalienabili e irrinunciabili di cui gode ognuno di loro.
In fondo è una applicazione della cosiddetta regola d’oro della reciprocità, che è stata espressa in molteplici culture e sin da tempi antichissimi, enunciata anche nella Bibbia, nel Vangelo e nel Corano, che suona: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te,” o, nella forma positiva: “fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
Questo è il fondamento della necessità e dell’universalità dei diritti umani.
Prima ancora che etica o religiosa o giuridica, si tratta di una argomentazione di tipo logico-cognitivo, con un netto fondamento utilitaristico e relativo valore di sopravvivenza, che potrebbe essere espressa perfino in forma sillogistica: se un diritto vige per me e vige perché sono un uomo, allora è vigente anche per chiunque altro sia un uomo.
Diversamente il diritto in questione non apparterrebbe al paradigma dell’essere umano e quindi dovrei metterne in dubbio la validità anche per me stesso, entrando in patente contraddizione.
Tutto ciò non rispecchia altro che l’affermazione di Seneca: “immo homines”, che pronunciò difendendo gli schiavi dalle malversazioni del padrone, il quale ultimo si giustificava adducendo il semplice motivo che fossero schiavi: sì, schiavi, ma nondimeno uomini, sentenziò Seneca.
È da questo punto di vista che la dichiarazione “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali…” è quasi una tautologia, come dire che tutti gli esseri umani nascono umani, senza eccezioni possibili.
Possiamo ricollegarci alla stessa definizione di persona, che viene da prosopon, cioè la maschera teatrale nell’antica Grecia, dove ogni attore infatti recitava più ruoli semplicemente cambiando la maschera; vale a dire che noi tutti siamo (we are) uomini, mentre facciamo (we act) lo schiavo, il salariato, il padrone o qualsiasi altra cosa: ed è infatti per quello che siamo non per quello che facciamo, che godiamo di diritti universali.
Dunque in quanto esseri umani, più che persone (quindi oltre le maschere), abbiamo tutti diritti umani indiscriminabili.
Riprendendo le considerazioni di certa filosofia politica (da Hannah Arendt a Giorgio Agamben), potremmo aggiungere infine che i diritti umani in certa misura pertengono già alla nuda vita e fungerebbero così addirittura da ponte irrinunciabile tra la sfera della zôê e quella del biòs, il quale rappresenta la vita degna di essere vissuta da parte di un libero essere umano.
Questa consapevolezza era già presente circa 5000 anni fa nel concetto di amargi degli antichi Sumeri, con cui si riconosceva la libertà intrinseca di ciascun essere umano, una libertà naturale, la quale non poteva essere conculcata o rigettata – o eventualmente solo per periodi limitati, per essere infatti ciclicamente ripristinata nei Giubilei.
Si trattava della formula praticamente universale, in quelle epoche, che conduceva all’obbligo della remissione di debiti, su cui oggi probabilmente dovremmo tornare a riflettere.
I diritti umani delle persone sono infatti elementi sociali composti (in questo senso più culturali che naturali), che hanno una latitudine di sopravvivenza limitata; per diffondersi capillarmente senza disperdere le loro proprietà hanno bisogno: sia di un tessuto sociale che mantenga una efficiente osmosi la quale permetta la permeabilità e la penetrazione,  per cui i diritti non finiscano per concentrarsi solo in ristrette aree della società, con una forte sperequazione; sia di un ambiente, un brodo culturale, in cui poter mantenere la propria coerenza e compattezza, consistenza ed efficacia, e non finire per dissolversi nello scorrere dei flussi (di potere, ricchezza, conoscenza), come accade specialmente quando aumentano le difficoltà sul piano sociale, economico o politico.
È infatti vero che una struttura sociale ad alta viscosità, quindi rigida (caste, classi eccetera), non favorisce affatto la distribuzioni dei diritti umani; ma è altrettanto vero che una struttura sociale estremamente fluida (la società liquida, di cui Bauman, dove non esistono più regole sopraordinate, ma solo quelle prodotto di negoziazioni), impedisce altresì che i diritti si consolidino, sicché tendono invece a decomporsi e scorrere via con le soluzioni, come i proverbiali bambini gettati con l’acqua sporca.
Nell’epoca della fluidità, la sovranità è in capo a chi governa i flussi, piuttosto che a chi possiede le sostanze che fluiscono (tipicamente la ricchezza), e questi gatekeepers sono tuttavia proprio agli antipodi dei phylakes di cui parlava Platone nella Repubblica, quei guardiani ai quali avrebbe dovuto essere proibito trarre guadagni da quello al cui controllo erano deputati;  questo paradosso può essere esiziale per oggetti virtuali, estremamente solubili quali i diritti umani, che possono essere agevolmente deviati o indirizzati, rarefatti o concentrati, nella foronomia (reticolare) di un oceano senza confini se non quelli planetari (cinematicamente potremmo definirlo un sistema degenere piuttosto che un auspicabile sistema labile).
Al di fuori della metafora della liquidità, qui vale la dinamica delle reti complesse.
Ecco che proprio oggi la problematica dei diritti umani universali diventa particolarmente attuale: in questo nostro mondo globalizzato, dove le società liquide trionfano, i diritti umani sembrano ovunque presenti come forse mai ma, a causa della loro alta solubilità, fluiscono continuamente altrove senza mai davvero attecchire nel tessuto civile e culturale – al punto che spesso ci si trova a difficilmente distinguere perfino tra interventi umanitari e bellici.
I diritti cioè sono sempre suscettibili di essere espulsi dalle membrane osmotiche dei soggetti individuali, che ne sono così espropriati − abbiamo visto per esempio come in occasione dell’emergenza terroristica conseguente al 11/9, negli USA si sia stati subito tentati dal promulgare leggi di emergenza che mettevano tra parentesi i diritti umani e civile dei cittadini americani stessi.
Di fronte alle sfide attuali tutte le nostre forze devono essere chiamate a raccolta, in prima fila quelle intellettuali, perché la consapevolezza dell’universalità dei diritti umani è in prima istanza una conquista della ragione:  dunque ribadirne la necessità non è affatto una mera questione nomotetica (anzi, la natura dei diritti umani li rende imprescrittibili), ma riguarda tutta la cultura nel senso più ampio, e le Arti stesse sono in prima linea; dunque gli artisti non si possono esimere dal far sentire la propria voce, distogliendosi finalmente dalle cervellotiche e autoreferenziali riflessioni su se stessi e sul proprio stesso fare, ricominciando invece a parlare alle persone e ai popoli: perché non è affatto vero che sia finito il tempo delle grandi narrazioni, e quella dei diritti universali dell’uomo è proprio una di quelle grandi narrazioni in progress su cui vale la pena di spendersi. Noi tutti.
Nova tempora currunt, nova Artis oportent.

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