Il Re Concetto è nudo

Con tipico sarcasmo d’antan, ben poco politically correct, Jean Cocteau disse: “Il dramma del nostro tempo è che i cretini si sono messi a pensare”.
Stava in qualche modo alludendo, nel suo modo snob, a quella che altri avrebbero piuttosto chiamato massificazione della società, i cui rischi già Adorno e Horkheimer stigmatizzarono; in particolare, per quel che riguarda l’Arte, lo fece Walter Benjamin con il famoso scritto L’Opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica.
Al di là di un approccio snobistico (e di uno speculare approccio antisnobistico), lo stesso concetto era stato espresso anche da un altro acuto osservatore dei tempi in fieri, qual è stato Robert Musil, che aveva parlato di qualcosa di simile esponendo l’idea di stupidità intelligente, cioè di una stupidità mascherata dall’informazione e dalla diffusione, una stupidità brillante – brillante non di cultura, ma di stereotipi e logiche culturali di massa e di una quantità industriale di informazioni non metabolizzate (nonché, oggi, iflazionata dai potenti mezzi tecnologici).
Qui non vogliamo fare sociologia, come gli esponenti della Scuola di Francoforte, ma parlare d’Arte e di estetica, facendolo anche in modo abbastanza informale, non dottrinale; ebbene, dunque, ci pare proprio che già questi osservatori della società, dall’alto delle loro posizioni indubbiamente elitarie, avessero segnalato le ombre ominose di una minaccia incombente.
Questa minaccia avrebbe rapidamente, contagiato in maniera capillare, sin da subito dopo la guerra, tutto il mondo della cultura e, per quel che ci interessa, quello dell’Arte.
È, per darci dei paletti, il momento in cui le avanguardie artistiche cominciano a trasformarsi nella cosiddetta Arte contemporanea.
Ancora una volta si trattò di una conseguenza collaterale, ma estremamente deleteria, della nascita e trionfo in Europa delle società di massa, attraverso la trafila dei totalitarismi del XX° secolo (nazismo, fascismo, stalinismo), incarnati da regimi che hanno causato, nel bene e nel male, uno sradicamento ed una fuga di talenti e di intellettuali (in gran parte perseguitati nell’Europa occupata), verso l’America.
Lì la cultura europea è stata massicciamente massificata (qui il pleonasmo è d’obbligo), colonizzata e invasata dal marketing, in definitiva de-culturizzata, tornandoci indietro come un boomerang.
Insomma, come dire che da Duchamp a Warhol c’è una soluzione di continuità non indifferente, non colmabile.
I famosi “5 minuti di celebrità” oggi, a distanza di più che mezzo secolo, dominano al punto che probabilmente lo stesso Warhol ne sarebbe, non dico spaventato – che non ce lo vedrei proprio, – ma almeno stuccato.
La società contemporanea dunque potrebbe essere stata raccontata già allora, prima da Orwell, sensatamente, e poi da Warhol, ingenuamente: di Grande Fratello (romanzo distopico) in Grande Fratello (reality show).
Ecco che nell’Arte, il Pop esplode in modo devastante e (ibridandosi con gli epigoni delle avanguardie europee), rapidamente degenera con il concettualismo che, da allora, segna in modo profondo tutta l’arte contemporanea, come una mutazione genetica per fare i conti con la quale, probabilmente, ci vorranno ancora diverse generazioni.
Sembra che il virus mutageno del concetto abbia debilitato le arti parassitandole perniciosamente.

Cos’è in sostanza il concettualismo?
Non credo che metta neppure conto rivangare tutta la millenaria storia filosofica della nozione di “concetto” per capire cosa significhi nell’arte contemporanea.
Per gli artisti concettualisti la faccenda si risolve in modo (abbastanza) semplice: Joseph Kosuth utilizzò il termine concettuale verso la metà degli anni sessanta per definire il suo obiettivo di un’arte fondata sul pensiero e non più sul piacere estetico, a suo avviso (ma non era nemmeno una sua idea originale) ormai frusto, equivoco e stereotipato.
In realtà quello a cui aspirava Kosuth era di ribaltare la prospettiva hegeliana di una fine dell’Arte, il suo progetto aspirava a proiettare il concetto in una dimensione che non fosse più filosofica ma artistica, in questo modo stabilendo una primazie dell’arte sulla filosofia; intendeva salvare l’Arte dalla sua morte annunciata: mission accomplished?
I mezzi si rivelarono comunque subito inadeguati, sproporzionati, ed il progetto definitivamente velleitario, conseguendo piuttosto un effetto contrario a quello desiderato, e diventando una debolezza dell’Arte piuttosto che una sua forza.
Si arrivò ben presto a determinare la volontà di prescindere dall’opera d’arte in sé: l’idea e la riflessione subentrarono così al manufatto, all’oggetto, indipendentemente dal loro carattere tradizionale o innovativo (la dematerializzazione dell’oggetto d’arte della Lippard).
Secondo questa scuola, la creazione artistica potrebbe essere dunque facilmente epitomata dalla lampadina accesa sulla testa, come nei cartoon.
Wittgenstein aveva scritto: “La gente pensa spesso che la scienza produca conoscenza mentre l’arte produce piacere, ma non sembra essere così”. I concettualisti probabilmente non avevano e non hanno ancora inteso che l’arte ha il suo modo per produrre conoscenza, e non è prettamente concettuale.
Bene, ai nostri fini non serve neppure approfondire di più il discorso specifico.
Accadeva tutto ciò in anni di grandi sommovimenti, in cui si voleva (non a torto), verificare la profondità del pensiero bartaliano: “gli è tutto da cambiare”; dagli sviluppi successivi pare che ciò servì solo a sgombrare il campo per confermare la secolare appendice gattopardesca di quel progetto, cioè: “cambiare tutto perché niente cambi”.
Nel momento in cui le tradizionali “masse” si annullavano in un moto browniano sociale, anche l’Arte cercava maldestramente di adattarsi, cavalcando l’onda dell’estetizzazione dell’immagine ormai onnipervasiva.
La cultura, da concettuale a concettualista, si è quindi venuta via via declinando secondo tre assi: trivializzazione (marketing e mediaticità), banalizzazione (semplicismo e complicazione), autoreferenzialità (prosopopea e demagogia).
Il concettualismo era nato apparentemente proprio per osteggiare questi trend, per liberarne l’Arte, e alla fine li ha invece consolidati!
Sarebbe interessante fare una ricerca sui tropi ricorrenti della retorica concettualista (probabilmente ereditati dalle avanguardie storiche e poi applicati meccanicamente e declinati anche al di fuori della corrente artistica vera e propria), ma non è qui il caso di dilungarsi.
Le radici comuni sono verosimilmente nell’episteme della prima parte del XX° secolo, plasmata soprattutto dalla cultura alta e, forse per la prima volta nella Storia così massicciamente e capillarmente, dalle scienze, dalla vulgata scientifica perlomeno.
Com’è come non è, tuttavia sappiamo bene che, come non è vero che chiunque sa scrivere è uno scrittore, come non è vero che chiunque sa far di conto è un matematico, così non è vero che chiunque pensa è un pensatore – quindi non sembra affatto vero che chiunque sia in grado di trafficare con i concetti sia un abile e affidabile artefice concettuale, diciamola così.
In sintesi: per lavorare con i concetti in modo soddisfacente ci vuole una preparazione specifica, una competenza che non è (se non molto raramente) dell’artista.
Invero, da sempre l’arte, inutile ribadirlo, si nutre anche di concetti (lo ha sempre fatto: chi può dire che non siano anche concettuali i petroglifi o un quadro di Holbein o Velasquez o Courbet e chi più ne ha più ne metta?), ma l’arte autentica non può essere mai né esclusivamente né eminentemente concettuale, così come non può esserlo decorativa, illustrativa, ideologica e via dicendo.
Ipostatizzare il concetto nell’arte, farlo divenire il parametro d’ordine, è una semplificazione a dir poco ingenua.
Giustamente perciò, dovendo ammettere che l’arte è sempre stata anche concettuale, si può dire che in realtà con Kosuth e compagnia bella semplicemente nasce la dimensione concettualista dell’arte, che finirà malauguratamente per contagiare tutta l’arte, anche quella non dichiaratamente concettualista.
Forse, in altri tempi aiutava una più allenata capacità a discriminare, anche solo intuitivamente, tra quanto fosse concettoso (macchinoso, cervellotico, gratuito, involuto, sofisticato, astruso, artificioso), e quanto concettuale (conoscitivo, speculativo, dottrinale), con tutte le sfumature intermedie del caso, ovviamente; tra quanto fosse necessario e quanto gratuito; ma una cultura di massa non può permettersi queste discriminazioni.
In effetti la facoltà critica non è altro che la facoltà di discriminare, appunto: il che significa capire che non tutto vale – come sembra invece accada nell’arte contemporanea, dove sempre di più il metro di valore artistico definitivo ultimo rimasto è… il “prezzo”.
Quest’ultima è una delle conseguenze, se pure non volute, dell’arte concettuale.

Nel 1965, in una galleria di Dusseldorf, Joseph Beuys tenne una performance durante la quale per tre ore tre, davanti ad una nutrita platea bisbigliò all’orecchio di una lepre morta, tenuta tra le braccia, sproloqui sull’arte e sulle opere esposte, perché “una lepre capisce molte più cose rispetto agli esseri umani con il loro rigido razionalismo”.
A parte che è tutto da dimostrare che gli esseri umani siano davvero razionalisti – anzi la Storia insegna piuttosto il contrario! e qui crolla anche il pretesto concettuale alla base della performance, – e a parte l’atteggiamento sapienziale di Beuys (fondato su una mitologia personale che è stata messa in dubbio come mendace e invece inventata di sana pianta, ma questo in linea di principio ci potrebbe anche stare), va osservata soprattutto una cosa non di secondo momento: che noia infinita!
Al pari dei film girati da Andy Warhol, per fare un esempio, che sono da tagliarsi le vene – siamo onesti.
Dubuffet giustamente scriveva: “L’arte deve suscitare un po’ di riso, un po’ di paura. Ma soprattutto non deve annoiare: essa non ha il diritto di annoiare”.
Gli artisti contemporanei, invece, sembrano dare per scontata una certa attitudine autopunitiva e penitenziale della ricezione (tipica delle masse, peraltro), ed è un altro aspetto deteriore dell’arte contemporanea che infastidisce: che si rispecchia proprio l’atteggiamento paternalistico di molti artisti concettuali che fanno cadere dall’alto le loro perle.
Molto spesso delle idiozie.
Come appunto la performance di Beuys.
È ragionevole pensare e dire liberamente, infatti, che persino i riconosciuti talenti possano giungere a fare delle cose  semplicemente idiote, essere o diventare stupidi.
Bene, ormai forse i tempi sono maturi per farlo.
Come nella famosa fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen, sarebbe finalmente salubre ascoltare qualcuno che dica anche nell’Arte contemporanea: “Il Re è nudo!”
I concettualisti – non tutti e non sempre, ovviamente -, sembrano talvolta degli idiot savant, talvolta degli idiot tout court, e talvolta semplicemente dei magliari e ciarlatani – per quanto non raramente anche talentuosi, dei trickster –, i quali ci ammanniscono nella quasi totalità dei casi delle semplicistiche banalità: pleonasmi, tautologie o truismi.
Concettualmente poveri se non vuoti, insomma.
A tutte le letture, le loro proposte artistiche si rivelano elaborati concettuali, sì, ma triviali e quasi sempre plasmati con materiali di risulta e di nessun pregio, nobilitati dal marketing come lussuosi, inutili e vani gadget firmati.
Basti leggere le peripezie mentali che fanno i critici onde scombiccherare delle ragioni verosimili per apprezzare le idiozie propinate, ragioni spesso davvero funamboliche e talvolta, quando i critici non siano altrettanto idioti degli artisti e almeno sappiano scrivere, più interessanti delle opere stesse.
Ai tempi suoi Oscar Wilde (nel suo saggio Il critico come artista), presagiva uno scontro tra artista e critica, e scriveva che «la critica è più creativa della creazione» e quindi è quest’ultima ad attribuire valore all’opera d’arte.
Già alla sua epoca, Wilde sembrava ispirato nella lettura della realtà; peraltro oggi più ancora che la critica può il Re mercato, soprattutto incarnato nei grandi e potenti collezionisti e galleristi e case d’asta e musei… e tutta la folta schiera di coloro che Yves Michaud ha definito commissaires, i commissari dell’Arte.
Tornando a noi, alle meditate concettualizzazioni degli artisti, è inevitabile pensare che davvero, ma è solo un esempio, sobbarcarsi la lettura delle centinaia di insipidi aforismi di Jenny Holzer, lascia il tempo che trova.
Si può facilmente impiegare il proprio tempo a leggere di molto meglio, è inutile dirlo!
Ma gli esempi potrebbero essere migliaia – la tecnologia povera del neon ancora oggi è ampiamente utilizzata per nobilitare l’ostentazione di migliaia di stupidaggini.
L’esperienza di leggere gli infiniti motti, slogan, aforismi scritti con il neon da decine di anni a questa parte a noi fruitori non ci sposta una virgola nella vita, ma interessa invero i musei, i collezionisti investitori o le case d’asta e gallerie.

Dunque il sedicente approccio logico-semiotico, o politico o che altro, dei concettualisti, si risolve in una banalizzazione sia della logica che della semiotica o della politica (discipline che loro spesso sembrano conoscere superficialmente e in modo semplicistico); invece la figura più utilizzata dalla retorica concettualista, la regina della casa, è la signora Provocazione, per codesti artisti una specie di passepartout, un apritisesamo.
La provocazione sostituisce la pregnanza o la pertinenza, in qualche obliquo modo.
È la chiave con la quale si pretenderebbe di giustificare quasi tutto – anche la stupidità, inutile dirlo.
Ebbene, verosimilmente di concettualità nell’arte ce n’è sempre stata e (forse particolarmente oggi), ce n’è davvero bisogno, oltre le contemporanee vacue degenerazioni concettualiste; ma, per sgomberare il campo dagli equivoci e scernere il grano dal loglio, sta probabilmente giungendo il tempo di un ripensamento critico di tutto quanto accaduto nell’arte soprattutto dal dopoguerra ad oggi, probabilmente tirando giù dai loro piedistalli usurpati molti dei nomi importanti sui quali pare che oggi non sia lecito discutere e dubitare.
Niente di nuovo, dovremmo comunque aspettarcelo, così è sempre accaduto – se qualcuno avesse chiesto agli esperti d’arte di grossomodo un secolo e mezzo fa, chi fosse il più grande pittore ever, di tutti i tempi, avrebbero quasi puntualmente risposto: Guido Reni.
Oggi ci farebbe sorridere sentirlo dire.
Dunque, se, per ritornare a Cocteau, nei tempi correnti i cretini pensano, è irrimediabilmente ora che gli artisti pensino a fare qualcosa d’altro.
Paradossalmente bisogna dunque prendere per le corna il toro della stupidità intelligente dell’Arte e se occorre, come ha scritto Barthes, essere stupidi per esserlo meno.

This entry was posted in ARS MAGMA. Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

/* */