Mercato e finanza dell’arte contemporanea

Da che mondo è mondo, verrebbe da dire, l’opera d’arte ha avuto anche un valore venale.
Certamente dall’epoca in cui, nella notte dei tempi, intorno al tempio dove si praticava un culto si è sviluppato un commercio di oggetti sacri e votivi, in prima istanza gestito dalla classe sacerdotale e poi dagli artigiani e dai commercianti.
Se si praticava la prostituzione sacra ovviamente non è difficile inferire che l’arte sacra stessa era un corollario del culto della divinità (per gli antichi l’ispirazione è un dio che entra dentro di noi), e, come le prostitute erano appunto consacrate, in origine gli stessi artisti erano verosimilmente consacrati, appartenenti alla classe sacerdotale.
Naturalmente un’opera d’arte ha disparate qualità, anche molto più profane, estetiche e decorative per esempio (pensiamo poi alla locuzione “fatto ad arte”), e la secolarizzazione con la messa in circolazione delle opere probabilmente è consuetudine antichissima.
Il talento essendo evidentemente una risorsa rara, e quindi rare le opere del talento, ovvero opere d’arte, il formarsi di un mercato dell’arte, dove c’era da valorizzare una risorsa scarsa, è stato consequenziale.
Tutto questo, molto semplificando le cose, per dire che un mercato dell’arte esiste probabilmente dacché esiste un’arte riconosciuta come tale.
Lungo i secoli, l’arte, soprattutto nelle società più complesse, ha ricoperto un ruolo eteroclito, ma la caratteristica che l’ha contraddistinta, per forza di cose, è sempre stata la sua rarità, cosicché, come tutte le cose rare, ha finito per essere ambita e scambiata, valorizzata in una piazza, in un mercato.
Ovviamente, mentre la fruizione delle opere d’arte era generalmente disponibile a chiunque (nelle piazze, nei templi o chiese), la committenza diventava appannaggio delle classi dominanti e opulente, l’arte venendo spesso a condividere molti aspetti delle pratiche del lusso; con una differenza dai beni suntuari, appunto, che l’arte nasce con una vocazione universalistica e quindi, se pure nella proprietà del privato, ha sempre un destinatario che è pubblico, almeno in potenza.
Per usare una terminologia semiotica, mentre il committente è il destinante dell’opera, il destinatario è sempre la società nella sua interezza.
Oggi questo aspetto non solo sopravvive ma è esaltato, vedi la proliferazione di musei, mostre, esposizioni, fiere eccetera, con grande intervento dei media.
Se la conoscenza, per dirla in altro modo, poteva e può essere esoterica, l’arte e l’estetica sono sempre essoteriche.
L’opera d’arte è sempre intrinsecamente pubblica, cioè un bene comune.

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