Il reality show

È proprio vero che al peggio non c’è mai fine.
Sicuramente lo sketch che ci hanno fatto vedere ieri dal palco dei ministri (in calce) farà il giro di tutti i blog scatenando una profluvie di commenti di tutti i generi.
Ma, con tutta la buona volontà, è davvero difficile esimersi dal fare delle riflessioni a caldo.

Tempo fa avevo accennato che nelle società moderne la democrazia è ormai diventata solo un format politico-mediatico, un reality show di fatto, con le sue liturgie e le sue narrazioni; quel tipico mix indiscernibile di vero e falso, di marketing e di creatività, di spettacolarizzazione della vita, che è il primo strumento di colonizzazione della vita stessa (dicesi: biopolitica), e via discorrendo.
Bene, cosa di più esemplificativo di questa degenerazione che la scenetta che ci hanno ammannito iersera?
È vero che abbiamo già visto un po’ di tutto, come un ministro che illustra un intervento del governo, mentre il suo collega seduto accanto gli dà dell’idiota, ma questo episodio è a suo modo ancora più pregnante.

Il set: un consesso di eletti, cioè i protagonisti del reality (eletti solo in questo senso, perché comunque loro, costì, di legittimazione democratica non ne hanno visto neppure l’ombra, eletti quindi nel senso etimologico di “scelti”), cioè il governo, che assisi in cattedra spiegano al vulgo cosa hanno dovuto fare per… salvare l’Italia,
Esiste un termine classico per descrivere tutto ciò: ipocrisia.
Ricordo che l’etimologia del termine (letteralmente deriva da ypo: sotto, e kritès: spiegazione), è nel greco antico, l’ipocrita è infatti un attore, o meglio, un imitatore del vero, che riesce ad ingannare gli spettatori con la modulazione della voce e con gli atteggiamenti del corpo, lavorando sulle emozioni per dare l’impressione d’essere ciò che non è; sostanzialmente, ipocrita è quindi colui che simula.

L’estetica e la morale del reality show stanno in un nuovo tipo di ipocrisia: vale a dire la simulazione, la finzione, ottenuta grazie alla realtà – o pretesa tale.
La scenetta del governo con la Fornero che si commuove ne è un esempio da manuale.
È l’avanspettacolo della democrazia, il potere fotografato nel pieno del ballo in maschera dell’attuale democrazia (e ci vogliono proprio gli eyes wide shut dei media per non farcene accorgere).
La nostra Donna Prassede, cioè Elsa Fornero (bel curriculum nel milieau bancario anche per lei, World Bank ed Intesa Sanpaolo, della quale ultima ritrova nel governo l’ex a.d. Corrado Passera – nonché moglie di Enrico Deaglio, anche lui economista ben piazzato nel mondo della finanza, Banca Sella e Alleanza Toro, Gruppo Generali), si presenta – anche nelle apparenze, abbigliamento, acconciatura e via discorrendo -, come la tipica dama di carità d’altri tempi, e ci racconta come ha sofferto, per le intrinseche difficoltà “psicologiche”, a licenziare il decreto Salva Italia (bellissimo il nome stesso).
Poverina, davvero, balza subito all’occhio come sia in angustie, mujer al borde de un ataque de nervios, e molto patita.
Ci hanno detto che l’intervento del governo porterà lacrime e sangue: intanto ecco le prime lacrime!
Lei e il suo ipocrita governo – ideologicamente di ascendenza gesuitica, direbbe lo stesso Manzoni.

Bene, ancora una volta, la sceneggiata (a Napoli: chiagn’è fotte), serve sempre e soprattutto a creare confusione mentale, a non far distinguere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, l’equo dall’iniquo, il probo dall’improbo, i ruoli stessi di chi domina e di chi è dominato, di chi paga e di chi, in definitiva, incassa.
It’ the marketing, stupid!
La tenera Fornero, donna di buon cuore indubbiamente, inscena empatia (emotivamente sincera o meno, non cambia nulla), verso i suoi agnelli sacrificali: perché la ministra sta parlando, e questo è davvero divertente, ai suoi agnelli sacrificali e chiede, implicitamente, la loro comprensione, la loro adesione.
Abbiamo dovuto, dice.
Sappiamo bene che uno dei leit-motiv tipici dei paranoici violenti è che loro ritengono di essere costretti, contro la loro stessa volontà, a esercitare la violenza sulle vittime e di esserlo, costretti, dalle vittime stesse.
Se parlate con uno stupratore, per esempio, vi dirà che lui è stato costretto (dalla sua vittima) a stuprarla, perché lo provocava, perché doveva insegnarle qualcosa sulla vita o qualche altra giustificazione all’uopo, a seconda delle sfumature del suo disturbo mentale.
Bene, il messaggio che deve passare allora è: noi non lo avremmo mai voluto fare > siamo stati costretti a farlo > ci avete costretti a farlo > la colpa è vostra.
Noi salviamo l’Italia.
L’Italia che voi stavate perdendo (come dire anche che noi non siamo degni dell’Italia… che saremmo noi stessi).
Niente di più assurdo e di più lontano dalla verità, insomma.
Perché sono proprio loro, che rappresentano quel sistema finanziario globale che ce li ha imposti (i mercati, come dicono i media), ad averci messi in ginocchio.
Noi, peraltro, chi meglio chi peggio, ce la cavavamo, prima che, tecnicamente, tutto il sistema bancario globale fallisse.

Ma questo lo abbiamo detto in altri post, dove si spiega come il debito sia, e per secula seculorum sempre sia stato, in primo luogo uno strumento di dominio, di spossessamento della sovranità e della libertà (cosa che infatti Monti ha detto esplicitamente l’altro giorno: che dobbiamo rassegnarci a rinunciare alla nostra sovranità, a vantaggio, ma questo non lo ha specificato, delle oligarchie, o poteri forti, che lo hanno messo dove è, per direttissima e al di fuori di qualsiasi procedura anche solo formalmente democratica).
Ahimè, i partiti tutti, il sistema dei partiti, profondamente colluso con questo sistema, sinistre parlamentari (e non) comprese, lo ha applaudito, alcuni anche commossi per la riconoscenza.
A margine, sulla rinuncia al compenso di Monti (che però mica ha rinunciato al vitalizio come senatore a vita): attenzione, non è un atto di sensibilità (sarebbe contrario alla sua rettitudine etica di economista liberal), ma è l’ammissione che non sta operando come presidente del consiglio dei ministri ma come “qualcosa d’altro”, il premier quindi può farlo gratis, per lui non è un lavoro o, se è un lavoro, non sta lavorando per noi ma per altri, per conto dei quali è in missione; può quindi permettersi la bella figura di non farsi pagare anche da noi – la pietosa signora Elsa, però, non mi risulta che abbia fatto la rinuncia, probabilmente perché più bisognosa.
Tornando al siparietto della riunione dei ministri, significativo è l’intervento di Monti stesso dopo la lacrima della Fornero, la quale in un certo modo lui richiama ai doveri istituzionali dopo aver fatto il suo appello emozionale: è un po’ il gioco del poliziotto buono-poliziotto cattivo, uno ti distrae mentre l’altro ti mette sulla griglia.
Il risultato è che tu ti accomodi sulle braci convinto che sia per il tuo bene.
Applausi commossi dell’audience.

È vero che ormai il nostro, di cittadini, senso critico e di lettura delle cose è stato praticamente quasi azzerato, che ci beviamo i caroselli della politica come se fossero realtà – ci si è arrivati in trent’anni di tantalizzazione berlusconiana o murdochiana, abbattendo il nostro sano principio di incredulità -, ma non basta… bisogna anche dire che in costoro manca proprio il pudore e il senso di dignità personale.
Quello che dovrebbe far dire: no, questo proprio non lo posso fare!
I would prefer not to.
S
emplice dignità, insomma.

 

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