Il debito colposo

Ecco una crisi che si sta prefigurando, se non ancora come il portale dell’Inferno (Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente…), sicuramente però come l’anticamera di un lungo Purgatorio.
Ce lo cantano tutti e da tutte le parti, da destra, da centro e da sinistra, come il leit-motiv del successo del momento.
Il titolo della canzone che ha tanto successo è: Debito!
Ci siamo talmente abituati a sentirla che non ci pensiamo nemmeno più, diamo tutto per scontato e lo accettiamo, anche se di dubbio senso, un po’ come “correre a fari spenti nella notte per vedere/ se poi è tanto difficile morire“.
Oppure come il malato che, non senza che su di lui gravi pure un buon senso di colpa (che ce lo fanno venire alla grande, anche se poi in questo debito la nostra colpa c’è, ma non siamo noi la causa agente, diciamo che per quel che ci riguarda il nostro, di noi cittadini, è un debito colposo), si lascia portare verso il tavolo del chirurgo rassegnato al peggio.
Ebbene questo peggio è davvero inevitabile? Questa colpa esiste? Dobbiamo davvero espiare?

Certamente, potremmo andare a guardare la natura di questo debito (pubblico e/o privato che sia), la sua ontologia, per così dire, e magari argomentare che il debito è una fata morgana, che non esiste in sé e per sé, ma è solo il set di un film in cui ci vogliono far fare le comparse e i figuranti; che il debito è una montatura insomma, un artificio contabile pubblicizzato per fregarci se possibile ancora di più di quanto non ci lasceremmo fregare da soli.
Eccetera eccetera, tutti argomenti attendibili e ben suffragati, ma che per un momento vorrei mettere tra parentesi e invece analizzare le cose “come se” (als ob) il debito fosse qualcosa di oggettivo con radici nella realtà economica.
Dunque in questo caso dovremmo rassegnarci a farci amputare l’arto per evitare che la cancrena del debito ci porti nella tomba?

Bene, lasciatemi illustrare uno studio fatto dal professor Anthony J. Evans con Terence Tse e studenti (maggio 2011), presso l’ESCP (Europe Business School) dal titolo significativo: The Great EU Debt Write Off, la cancellazione del grande debito dell’EU, oppure anche la grande cancellazione del debito dell’EU, che mi piace di più.
E’ uno studio che analizza, utilizzando i dati del FMI e della Banca dei regolamenti internazionali (BIS), quello che potrebbe succedere nel caso che Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania semplicemente cercassero una via per cancellare tutto il debito estero, che è quanto si devono gli uni con gli altri (interlinked debt).
Potremmo chiamarlo un grande Giubileo, rievocando l’antica e saggia pratica giubilare di cancellare tutti i debiti correnti, cui si ricorreva ogni tot anni in quasi tutte le grandi civiltà antiche e riecheggiata da tutte le grandi religioni (“rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”).
Un grande giubileo dei debiti sovrani in Europa.
Ebbene, i risultati della simulazione sono piuttosto sorprendenti, anzi “sbalorditivi”, come afferma il professor Evans stesso.

Siccome le immagini parlano più delle parole, vi riporto i diagrammi dello studio, che sono anche carini da vedere.
Mostrano gli scenari del debito europeo, qui sotto due schemi che mostrano come muterebbe lo scenario del debito europeo (cliccarci sopra per ingrandirli).
Come è prima:

e come sarebbe dopo questa remissione reciproca dei debiti sovrani:

Balza subito all’occhio la differenza. Dunque i risultati di questa ricerca ci dicono che:

  • i paesi europei possono in modo facile, rapido e indolore (senza lacrime e senza sangue), ridurre il loro debito totale del 64% attraverso la cancellazione dei debiti reciprocamente interconnessi, portando il debito totale dal 40,47% del PIL al 14,58%;
  • sei paesi (Irlanda, Italia, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania), sono in grado di cancellare facillime oltre il 50% del loro debito, l’Italia potrebbe ridurlo fino al 56%, ben più di quanto si possa sperare di fare con manovre finanziarie del governo;
  • l’Irlanda può ridurre il suo debito da quasi il 130% del PIL a meno del 20% del PIL;
  • la Francia può eliminare virtualmente il suo debito – riducendolo a solo lo 0,06% del PIL!

L’idea alla base?
Molto semplice e di buon senso; l’antico e prezioso buon senso, che è sempre il miglior consigliere.
“Se il Portogallo deve all’Irlanda 0.34 billioni di euro short term, e l’Irlanda ne deve al Portogallo 0.17, noi possiamo cancellare le obbligazioni irlandesi e lasciare al Portogallo un debito ridotto alla metà, di 0.17 billioni di euro short term.”
Se tu sei nello stesso tempo un debitore ed un creditore (come tutti i paesi dell’Europa sono), a te non serve onorare tutto il debito; piuttosto che cercare fondi (sangue e lacrime) per pareggiare il debito che ti soffoca, perché non cancellarlo nella misura del tuo credito?
Il bello è che il professor Evans ha specificato che si tratta di “tutto il debito estero”, ha infatti incluso nella simulazione anche i debiti in valuta estera detenuti dalle banche private, visto che la linea tra debito veramente sovrano e debito bancario e privato è ormai indistinta.
Ha puntualizzato inoltre che il principale limite che il suo team ha avuto è stata la difficoltà di determinare la durata e i tassi delle diverse obbligazioni nei diversi paesi; così hanno forse cancellato quote del debito che, pur dello stesso importo di capitale, potrebbero avere un valore diverso a causa dei diversi tassi di interesse e durata.
Comprensibilmente, questo rende Evans prudente sulla assoluta attendibilità dei suoi conti, tuttavia il team di ricerca ha ritenuto che rispetto ad ammontari così elevati, i tassi di interesse e le differenze di durata possono tranquillamente essere considerati marginali.
Nel grande schema delle massicce riduzioni di debito che si otterrebbero, pareggiare le differenze di tassi e durata potrebbe essere giustamente visto come un ben piccolo costo da sopportare per un così grande beneficio di ritorno.
Ovvio che il vantaggio più grande sarebbe per le cittadinanze, che così vedrebbero più che alleviati i duri sacrifici da sopportare, con grandi guadagni in termini di welfare, minore pressione fiscale, maggiore qualità della vita, più spesa sociale, minori tariffe, più investimenti in istruzione e ricerca e via discorrendo; ma questo sembra proprio che sia l’ultimo dei pensieri di chi ci governa, in modo bipartisan.
Come mai, dunque, non viene applicata una soluzione così ottimale, ma soprattutto così efficiente e veloce, al problema del debito?
Anche l’autore di “The Debt Generation”, David Malone (fautore di un People’s Debt Jubilee), nel suo blog commenta lo studio di Evans, chiedendosi anche lui come mai nessuno abbia pensato a ricorrere ad una soluzione così fattibile. La sua risposta è:
“I banchieri non vogliono che si parli della cancellazione reciproca del debito perché sarebbe necessario imporre una riduzione della leva finanziaria. I banchieri non vogliono il deleveraging perché la leva è il segreto su cui i banchieri fanno i loro profitti. La ragione per cui la cancellazione del debito costringerebbe alla riduzione della leva finanziaria è che gran parte del debito che verrebbe annullato risulta attualmente registrato sui libri delle banche come un asset [un valore in attivo], che serve da garanzia per fare altri prestiti, generando così ancora più debito. Invece, se si inizia a cancellare il debito, la piramide del debito a leva dei banchieri comincia a sgretolarsi. Il fatto che [il debito] dovrebbe sgretolarsi se si vuole avere una ripresa e non essere paralizzati dal tentativo di pagare debiti impagabili, non trova mai neppure un accenno nel mondo dei banchieri.”

Bene, come dire che lo spauracchio del debito sovrano, che ci accingiamo a cercare (inutilmente) di onorare con pesanti sacrifici (tra cui, non l’ultimo: il sacrificio delle basi delle nostre democrazie), sembra proprio il prodotto di un giro di posta, un gioco delle tre carte; il risultato di un meccanismo perverso che consente però alle centrali finanziarie globali (quelle che ormai comandano in UE), di continuare a fare enormi profitti.
La faccenda dei debiti sovrani, quindi, non sembra affatto un conto economico, ma semplicemente un gioco di potere.
Insomma, come diceva l’Alice di Carrol, anche per il debito il significato della parola non dipende dalle cose, ma “dipende da chi comanda”.

in DISDECONOMIA. Bookmark il permalink.

3 Responses to Il debito colposo

  1. paolo conconi says:

    Tutto vero, ma proviamo passare dall’economia alla filosofia , per quanto dozzinale. Le banche hanno inventato il debito come fonte di profitto, perché non c’é risorsa dell’uomo che non sia nata come un investimento di mezzi attualmente non disponibili e che quindi dovevano essere anticipati (ovvero dati a credito), ma non c’é uomo che non desideri avere o realizzare ciò di cui, ovviamente, non dispone. Elementare, Watson. Il problema radicale é che la freccia del tempo é rivolta al futuro e tanto più potente é l’energia di cui viene caricata quanto più la problematica del debito ci supera e diviene irreversibile. Ma é possibile decelerare la spinta dell’uomo verso il futuro? Io lo sogno, ma sognare, non é mai un investimento, é solo un modo un po’ folle per uscire dalla corsa del tempo e del mondo.

    • admin says:

      grazie del commento, paolo. ovviamente qui si sta semplificando un po’ tutto, le cose sono sempre più complesse… ma anche questo è superfluo dirlo!
      bene, filosofeggiamo pure un pochino che fa sempre bene. perché il debito esiste da prima dell’economia, da prima delle banche, al punto che si può dire che il debito ha creato le banche più che il contrario. il debito è una forma di violenza e l’economia nasce quando si cerca di normalizzare la violenza, ma un’economia fondata sul debito è solo un’economia della violenza.
      nell’antichità lo sapevano bene, ed era diffuso il giubileo proprio per questo: circa ogni generazione, tutti i debiti venivano cancellati dai sovrani e si ricominciava daccapo. era così ristabilito lo stato di libertà originale, nel quale tutti gli uomini nascono, e che il debito cancella.
      questo era un modo per piegare la freccia del tempo su se stessa, per ricondurre il tempo ad una fase ciclica, più naturale, piuttosto che ad una fase lineare, che si risolve in una crescita progressiva ed artificiale verso un mitico “futuro”, che si allontana sempre più da noi. il tempo ciclico ha questo enorme vantaggio: permette il ripresentarsi di fasi di quiete in cui si ricostruiscono gli stati originari – la libertà, le risorse che si reintegrano, sia naturali che civili.
      il progresso sparato verso un futuro di debito impossibile da onorare se non creando altro debito, diventa un debito in termini di libertà, debito di risorse, debito morale. è vero che apparentemente ci fa avanzare (il progresso tecnologico, che esiste, indubbiamente), tuttavia in realtà ci porta in fondo ad un vicolo cieco, perché ci sono debiti che non si possono non pagare, per esempio i debiti ambientali.
      negli ultimi due cento anni, l’uomo ha consumato notevolmente di più di quanto abbia fatto in duecentomila anni ed ad un ritmo infinitamente superiore a quello di reintegrazione delle risorse, cioè si è indebitato in modo insostenibile.
      la globalizzazione in sé non è nulla di cattivo, se non che è un capolinea: oltre non si può più andare! stiamo mettendoci nella condizione di avere a che fare con il creditore finale, non ci sarà nessun altro dopo a cui ricorrere per onorare questo debito. tutto il resto, la finanza, l’economia, in sé sono giochini delle tre carte, strumenti di dominio che esistono da millenni.
      oggi tutti i grandi e piccoli economisti ci stanno dicendo che la soluzione al debito con le banche è aumentare il debito con l’ambiente (e con noi stessi), consumare di più, dilapidare di più.
      in questo senso una delle cose più inutili e pericolose è la cosiddetta green economy , basata su idee idiote tipo: chi inquina paga, cioè chi crea debito con l’ambiente lo paga con un debito finanziario.
      oggi il debito finanziario (fittizio) crea debito ambientale (reale): è criminale.
      è probabilmente ora di riscoprire il buon vecchio antico giubileo, che è stato praticato per millenni, e che le grandi religioni stesse hanno continuato a promuovere fino a meno di mille anni fa, ai primordi della modernità. in politica, idealmente tutto ciò dovrebbe dirlo una “sinistra”, ma non questa sinistra odierna che ormai è clamorosamente “in debito” di conoscenza e di idee. ahimè, si è venduta al mercato: anche per la sinistra ci vorrebbe allora un bel giubileo.
      ma forse le cose devono andare così, forse ha ragione peter ward con la sua ipotesi di medea.
      😛
      non sognare non è un investimento, per questo sognare non ci mette mai in debito con la realtà 🙂
      quel che ci manca oggi, manca alla politica che sa solo fare i conti, è un po’ di sani sogni ad occhi aperti.
      ma c’è chi lo fa.

  2. ettore perrella says:

    Il testo di Angelo – e degli autori che cita – è davvero impagabile (!…). In tutto questo appaiono con evidenza delle questioni davvero enormi sulla incompetenza – vera e purtroppo anche finta – di chi governa.
    Perché non la smettono con le fottutissime banche che ci stanno massacrando da anni? Perché si vuole continuare a concentrare la ricchezza nelle mani di pochissimi espropriando tutti gli altri? E perché i partiti bipartisan lasciano fare?
    La risposta purtroppo è molto semplice. Conviene a tutti, eccetto che alla stragrande maggioranza della popolazione del pianeta.
    Penso proprio che bisognerebbe incominciare ad incazzarsi – ad indignarsi, come si dice più cortesemente – e a demolire le false competenze. A cominciare dai nostri politicanti di casa.
    Insomma, se non troviamo un modo nuovo di fare politica siamo fritti. E lo siamo dagli stessi per i quali votiamo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

/* */